In un appassionato intervento su Industria Italiana, il CEO di INCAS, Ermanno Rondi, ha insistito sulla necessità improrogabile di una profonda riforma delle agenzie formative italiane. I mali che oggi affliggono il mondo del lavoro hanno più di un responsabile: ma soltanto agendo sulla scuola, sostiene Rondi, si può incidere sul futuro del sistema-Paese.

L’opinione pubblica italiana non fa che discutere, un giorno sì e l’altro pure, dei temi apparentemente insolubili delle pensioni e del cosiddetto “reddito di cittadinanza” da erogare, ad incerte condizioni, a chi è privo di lavoro. Eppure il vero problema è quello occupazionale: per il rilancio dell’economia occorre innanzitutto favorire la creazione di nuovi posti di lavoro.
Questo però può avvenire a patto che si risolvano diversi problemi che si trovano a monte del problema occupazionale.

I NEET, la formazione e il bisogno di addetti

L’intervento di Rondi parte dall’amara constatazione relativa alla crescita vertiginosa del fenomeno NEET (Not in Education, Employment and Training): ovvero la condizione dei giovani di età compresa fra i 20 e i 34 anni che si trovano nella non invidiabile posizione di non avere né un posto di lavoro, né un percorso formativo, né un percorso di specializzazione attivo.

Il fenomeno, in crescita in molti Paesi del versante meridionale dell’Europa, è arrivato in Italia a proporzioni estremamente preoccupanti, come dimostra il grafico che mette a confronto la percentuale di NEET in cinque Paesi dell’UE e la crescita del dato nel periodo 2008/2015.

Tasso NEET nella fascia 24-34 anni e percentuale di incremento 2018-2015

Ad ulteriore aggravio della situazione, Rondi propone l’analisi dei dati OCSE, laddove segnalano che l’Italia ha uno dei tassi di laureati più bassi al mondo nella fascia fra 25 e 35 anni:

Tasso di laureati nella fascia 25-35 anni. Fonte: OCSE.

“Sono molte le ricette”, scrive Rondi, “che si sono cercate e si cerca di mettere in campo; quasi tutte puntano ad incentivi all’occupazione senza analizzare a fondo l’insieme delle cause. Non volendo esprimere giudizi sulle scelte politiche che hanno condotto a questa situazione, non per non assumermi la responsabilità di un parere, ma perché la complessità dei problemi ha posto delle priorità nel percorso (ad esempio il debito pubblico ha generato l’emergenza dell’intervento nelle pensioni, così come gli incentivi alle assunzioni hanno comunque generato un picco di nuovi contratti di lavoro) credo sia  utile guardare al problema anche da un altro punto di vista: i percorsi formativi”.

Fabbisogno vs. disponibilità: il problema della carenza di tecnici

“Il Gruppo Tecnico Formazione Professionale ed Alternanza Scuola Lavoro di Confindustria” – prosegue Rondi – “si è posto il problema di analizzare i fabbisogni di addetti in 5 settori manifatturieri per il periodo 2017-2022 L’analisi è stata svolta di concerto con Unioncamere a partire dai dati contenuti nel database Excelsior che memorizza le informazioni di tutti i lavoratori del nostro Paese. Conoscendo quindi età ed anzianità lavorativa è possibile una stima abbastanza precisa contabilizzando uscite dovute a pensionamento e mortalità statistica ed analizzando parallelamente i trend di crescita/decrescita del settore. Per quest’ultimo parametro si sono utilizzate le fonti pubbliche dell’ ISTAT, di Prometeia/Banca Intesa e dati OCSE. I settori analizzati sono Meccanica, Alimentare, Tessile, Chimica, ICT e la tabella che segue ne indica sinteticamente il risultato.

Fabbisogno occupazionale stimato per settore: periodo 2017/2021.

“In totale”, conclude Rondi, “il fabbisogno è stimato sui 5 anni in 272.000 persone di cui 65.800 laureati e 102.000 diplomati. Apparentemente sembra una buona notizia in termini di potenziale occupazione; nella  realtà sono dati che fanno emergere un problema di cui si è sempre parlato in termini generici senza avere la chiarezza dei numeri. Il nostro sistema formativo è carente di tecnici. Due esempi su tutti: la meccanica avrà necessità di 37.000 diplomati mentre  gli iscritti ai percorsi di settore negli istituti tecnici sono 29.000 nel triennio: Posto che  la metà proseguirà per l’Università,  il potenziale è di 14.500 giovani (24.000 sui 5 anni – 13.000 mancanti). Per il settore tessile la situazione è ancora più critica: ad un fabbisogno di 16.000 unità corrispondono 2.000 iscritti nel triennio tecnico”.

Ricetta per la crescita

I numeri, conclude l’articolo, dimostrano al di là di qualsiasi altra considerazione che il sistema formativo italiano ha un enorme problema di orientamento. “Anche in presenza di incentivi”, scrive Rondi, “un’azienda meccanica non potrà assumere in sociologo o un laureato in filosofia per condurre un reparto ad alta automazione”.

Pubblico in visita a Job&Orienta 2018

È quindi fondamentale ripensare per intero le politiche di orientamento, come pure la struttura dei percorsi formativi e la formazione del personale docente. Rondi cita in proposito il caso di successo di Job&Orienta, la manifestazione fieristica veronese dove “si è allestito un primo prototipo” di un percorso di orientamento innovativo, costruito insieme alle associazioni di categoria dei settori manifatturieri coinvolti e strutturato sulla base di un’analisi concreta della realtà del mercato.

Di grande importanza è inoltre il potenziamento degli Istituti Tecnici Industriali, l’istituzione di Academy aziendali (con il compito di formare la nuova forza-lavoro ma anche di “aggiustare” in corso d’opera gli skill degli occupati e dei neo-occupati) e l’istituzione di una laurea professionalizzante nel settore tecnico industriale.

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